Vini Altoatesini: la guida completa su vitigni, denominazioni e caratteristiche
In questo articolo
Il vino che porta il nome del suo paese Il sorpasso silenzioso Gewürztraminer e Lagrein Le altre zone e vitigni Le cantine di riferimentoSolo il 15% del territorio altoatesino è coltivabile, eppure in poco più di 5mila ettari vitati la regione produce una delle mappe di vitigni più fitte d'Italia. Il motivo per cui il nome di un paese di poche migliaia di abitanti, Termeno, è finito su etichette in mezzo mondo dice già molto. Racconta quanto questa piccola regione abbia contato per la storia del vino europeo.
Il vino che porta il nome del suo paese
Il Traminer, il vitigno che sta dietro al Gewürztraminer, prende il nome proprio da Tramin, il nome tedesco di Termeno, comune dell'Oltradige dove la varietà fu documentata per la prima volta nel Duecento. Termeno rivendica ancora oggi il titolo di culla del Traminer, e non è una rivendicazione campata in aria. È da qui che il vitigno si è poi diffuso in mezza Europa centro-orientale, dove viene tuttora chiamato con varianti del nome originale.
La versione più conosciuta, quella a bacca rosata e fortemente aromatica, si chiama Gewürztraminer, letteralmente "Traminer speziato": Gewürz in tedesco significa spezia. È la parola che descrive meglio il registro aromatico di rosa, litchi e chiodi di garofano che rende questo vino riconoscibile a occhi chiusi. Nonostante il nome tedesco e nonostante oggi sia diventato quasi sinonimo di Alsazia, la culla botanica resta questo angolo di Alto Adige.
Il dettaglio tecnico
La viticoltura altoatesina risale all'epoca romana, quando la costruzione della Via Claudia Augusta facilitò l'arrivo di mercanti e delle prime barbatelle. Ma è con l'impero asburgico che la regione riceve l'impulso decisivo: è nell'Ottocento che arrivano Riesling, Pinot Bianco, Pinot Nero e Pinot Grigio, gli stessi vitigni internazionali che oggi dominano ancora la produzione.
Il sorpasso silenzioso
Per decenni si è raccontato l'Alto Adige come terra di Schiava, il vitigno a bacca rossa più tradizionale della regione. Non è più così, ed è giusto dirlo con i numeri alla mano invece di ripetere un luogo comune. Oggi il vitigno più coltivato in assoluto è il Pinot Grigio, seguito da Chardonnay e Pinot Bianco. La Schiava, il cui nome pare derivare da un'origine slava della vite, è scesa dietro anche a Gewürztraminer e Chardonnay.
C'è un sorpasso ancora più silenzioso tra i rossi, ed è forse il dato più sorprendente di tutti. Il Pinot Nero, chiamato localmente Blauburgunder, ha da poco superato il Lagrein come vitigno rosso più coltivato della regione. Un tempo il Lagrein era descritto come il vitigno rosso più antico e identitario dell'Alto Adige; oggi coltiva meno ettari di un'uva borgognona arrivata secoli dopo. Non è un segno di decadenza del Lagrein. È piuttosto la prova che il Pinot Nero ha trovato in alcune zone della regione, come i vigneti attorno a Mazzon, un terreno quasi ideale. Il risultato è la fama di cru non ufficiale della varietà.
Gewürztraminer e Lagrein
Il bianco aromatico
Gewürztraminer dell'Alto Adige
Vitigno
Traminer Aromatico
Nel bicchiere
Zona
Oltradige, attorno a Termeno.
A differenza di molti bianchi altoatesini pensati per la freschezza, il Gewürztraminer punta tutto sull'intensità olfattiva: rosa, litchi, chiodi di garofano, a volte perfino zenzero candito. È un vino che divide, proprio perché non cerca il compromesso, e proprio per questo resta uno dei vini più riconoscibili del catalogo altoatesino.
Il rosso identitario (superato, non sconfitto)
Lagrein
Vitigno
Lagrein
Nel bicchiere
Zona
Bozner Gries, vicino Bolzano.
Il Bozner Gries, la zona subito a ovest di Bolzano, è considerato in modo non ufficiale il cru storico del Lagrein: colore scuro, tannino robusto, un frutto scuro e terroso. Resta ben lontano dalla freschezza dei bianchi che rendono famosa la regione, e continua a essere il vitigno rosso più identitario dell'Alto Adige, anche se non più il più coltivato.
Le altre zone e vitigni
Oltre all'Oltradige e alla Bassa Atesina, dove nascono anche i vini di Caldaro da uve Schiava, l'Alto Adige si divide in altre zone dal profilo molto diverso tra loro. La Valle Isarco, tra Bolzano e Bressanone, ospita vigneti fino a mille metri di altitudine e produce bianchi di grande finezza, spesso da Müller-Thurgau e Riesling. È anche una delle poche zone dove cresce il Kerner, vitigno che nonostante una superficie ancora piccola viene considerato dagli addetti ai lavori una delle prossime scommesse qualitative della regione.
Terlano, a nord-ovest di Bolzano, produce solo vini bianchi ed è diventata famosa per i suoi Pinot Bianco capaci di invecchiare per decenni, una rarità per un vitigno spesso considerato semplice altrove. La Val Venosta, a nord di Merano, è la zona più fresca e più alta in quota, mentre la Valdadige è la denominazione più estesa, condivisa con il vicino Trentino.
Il trend in corso
Il nome Schiava sembra derivare proprio dalla parola "schiavo", con un'origine che alcuni studiosi fanno risalire a radici slave della vite stessa. Per decenni la sua leggerezza è stata considerata un limite rispetto ai rossi più strutturati che il mercato premiava. Oggi è vero il contrario: il gusto dei consumatori si è spostato proprio verso vini più bevibili, freschi e territoriali. La Schiava, in particolare nella versione Kalterersee del Lago di Caldaro, non ha dovuto cambiare per intercettare questa domanda. Era già leggera da sempre.
Le cantine di riferimento
Cantina Tramin, con sede proprio nel paese che ha dato il nome al vitigno, è tra i punti di riferimento assoluti per il Gewürztraminer. Alois Lageder lavora con impostazione biodinamica su un catalogo che copre sia i bianchi sia il Lagrein. Abbazia di Novacella, antica abbazia agostiniana nella Valle Isarco, resta un nome storico per Gewürztraminer, Sauvignon e Riesling di montagna.
San Michele Appiano copre un catalogo ampio tra Lagrein, Pinot Bianco e Sauvignon. Franz Haas è invece tra i nomi più noti per il Pinot Nero della regione. È anche tra i produttori che spingono per estendere i vigneti oltre i 900 metri, oggi vietati salvo eccezioni, in risposta ai cambiamenti climatici in corso.
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