Quali sono i vitigni tradizionali del Piemonte?

Di Redazione

Vigneti del Piemonte

Per tutta la seconda metà del Novecento il Piemonte ha fatto da traino al vino italiano. Ancora oggi è la sola regione d'Italia che non produce vini IGT: tutta la produzione di qualità passa per le sue DOC e DOCG, con una DOC Piemonte grande quanto l'intera regione a fare da cornice.

Questa qualità la ritroviamo nel calice di un Barolo o di un Barbaresco, grazie al vitigno che si è legato indissolubilmente alla regione: il Nebbiolo. Eppure il Piemonte deve il suo successo anche a tanti altri vitigni tradizionali che hanno sorretto per decenni la qualità dei suoi vini. Negli ultimi anni, dopo lunghe comparsate negli assemblaggi, si stanno finalmente prendendo la scena.

Quali sono quindi i vitigni tradizionali del Piemonte? Iniziamo, ovviamente, dal re indiscusso della viticoltura del nord-ovest.

Nebbiolo

Dietro al Barolo e al Barbaresco c'è lui, il vitigno piemontese per antonomasia. Le prime tracce risalgono al 1266: i documenti del castello di Rivoli ricordano un certo Conte Umberto de Balma che otteneva un vino chiamato "Nibiol".

Il nome deriverebbe dalla nebbia che spesso avvolge le colline a ottobre, durante la vendemmia, e forse anche dalla pruina fitta che ricopre gli acini maturi, come un velo. C'è chi lo lega invece a "nobile", ma l'ipotesi della nebbia resta la più probabile.

Il re del Piemonte

Nebbiolo

Vini simbolo

Barolo, Barbaresco, Roero, Alto Piemonte

Nel bicchiere

rosaciliegiacatrametannino deciso

Zona

Langhe e Roero, provincia di Cuneo; poi Alto Piemonte e Valtellina.

Vitigno esigentissimo: è sempre il primo a germogliare e l'ultimo a maturare, con vendemmie che vanno oltre metà ottobre. Per questo gli si riservano le colline meglio esposte, a sud e sud-ovest. Oltre l'80% dei vigneti piemontesi di Nebbiolo si trova in provincia di Cuneo, tra Barolo, Barbaresco e Roero.

Con poche eccezioni, come l'Alto Piemonte e la Valtellina, il Nebbiolo ha dato i risultati migliori sulle marne calcaree attorno ad Alba. Qui raggiunge la massima complessità aromatica e una pienezza che bilancia acidità e tannini, i due tratti responsabili della sua grande capacità di invecchiare. Dagli anni Novanta si è fatto notare anche il Roero, sulla riva sinistra del Tanaro, che su suoli sabbiosi dà Nebbiolo più leggeri e pronti prima di Barolo e Barbaresco.

Nel bicchiere il Nebbiolo non ha mai un colore impenetrabile: rubino che vira presto al granato. Ciliegie e prugne evolvono con gli anni in petali di rosa, catrame e liquirizia.

Barbera

Fino a una quarantina di anni fa la Barbera (al femminile, quando si parla del vitigno) era "il vino del popolo" del Piemonte, per versatilità e abbondanza. Non per sminuirla: il suo tratto principale era un'acidità altissima, e i suoi vini erano noti per freschezza e bevibilità immediata, perfetti per pranzi e cene di tutti i giorni.

Il vino del popolo, riscoperto

Barbera

Vini simbolo

Barbera d'Asti, Nizza, Barbera d'Alba

Nel bicchiere

rubino intensoacidità altatannino morbido

Zona

Astigiano, Albese e Monferrato.

Colore profondo, tannini bassi e un'acidità alta anche a piena maturazione: sono i tratti costanti della Barbera, qualunque sia lo stile. Un tempo si usava perfino per "correggere" il colore del Nebbiolo di Barolo e Barbaresco. Oggi esiste in una gamma amplissima, dalle versioni giovani e vivaci a quelle potenti e da lungo invecchiamento.

Tutto cambia tra gli anni Ottanta e Novanta, quando alcuni produttori scommettono sull'affinamento in barrique. Il prototipo è il Bricco dell'Uccellone di Giacomo Bologna, della cantina Braida. Il legno nuovo aggiunge note speziate e soprattutto un po' di tannino, proprio quello che alla Barbera manca: la struttura si rinforza e l'acidità si percepisce meno.

Le zone classiche sono le colline attorno ad Alba e, nell'Astigiano, l'area che da Nizza Monferrato sale verso Agliano e Rocchetta Tanaro. I vini più fini arrivano in genere dalla Barbera d'Asti DOCG e dal Nizza, che nel 2014 è diventato una DOCG autonoma. Nell'Astigiano, a differenza di Alba, le vigne migliori sono riservate alla Barbera e non al Nebbiolo.

Colline vitate del Piemonte

Il mistero dei vitigni a bacca bianca piemontesi

Potremmo continuare con i rossi, dal Dolcetto alla Freisa, ma per una volta vogliamo lasciare spazio ai bianchi. Oscurati per anni dai cugini in rosso, oggi i vini bianchi piemontesi stanno ottenendo un meritatissimo successo.

Tutto parte dal Moscato. Il successo commerciale dell'Asti spumante e del Moscato d'Asti, dolce e appena frizzante, ha aperto la strada agli altri bianchi della regione, che in realtà ci sono sempre stati. Dagli anni Novanta Gavi e i bianchi di Colli Tortonesi e Alto Monferrato sono diventati popolarissimi, e oggi anche Erbaluce, Timorasso e Nascetta si stanno guadagnando il riconoscimento che meritano. Iniziamo dal vitigno alla base del Gavi.

Cortese

Il bianco dei ristoranti di Genova

Cortese

Vini simbolo

Gavi DOCG

Nel bicchiere

frescofrutta biancafinale agrumato

Zona

Sud-est del Piemonte, provincia di Alessandria.

Documentato nell'Alessandrino fin dall'inizio del Seicento, il Cortese non ha parentele note con altri vitigni. È alla base di ben nove DOC, ma il suo vino più celebre resta il Gavi, nato per servire i ristoranti di pesce di Genova e della riviera ligure. I migliori sono eleganti, con frutta bianca, note minerali e un lungo finale agrumato.

Data la delicatezza dei suoi profumi, il Cortese si vinifica quasi sempre in acciaio: il legno, di solito, lo appesantisce. A farlo conoscere, tra gli anni Sessanta e Settanta, fu soprattutto la qualità raggiunta da alcune cantine pioniere di Gavi.

Arneis

Quello che negli anni Ottanta era un nome che raramente affiorava nei discorsi degli appassionati è oggi uno dei bianchi più noti della regione.

Il bianco del Roero

Arneis

Vini simbolo

Roero Arneis DOCG, Langhe Arneis

Nel bicchiere

fiori bianchiperabassa acidità

Zona

Roero, sulla riva sinistra del Tanaro.

Tradizionalmente si piantava tra i filari di Nebbiolo e si usava per ammorbidirne i vini. Nei primi anni Settanta rischiava di sparire: solo due cantine, Vietti e Bruno Giacosa, lo imbottigliavano. Oggi conta oltre 900 ettari e milioni di bottiglie. Ha profumi sottili, un'acidità naturalmente bassa e dà il meglio senza legno, bevuto giovane.

La svolta arriva negli anni Ottanta, quando cresce la domanda di bianchi piemontesi e molti produttori famosi per Barolo e Barbaresco decidono di dedicargli qualche filare. Il risultato è un vino prodotto oggi in milioni di bottiglie, con qualità variabile: nelle versioni migliori, note agrumate, floreali e di frutta bianca.

Timorasso

Negli anni Settanta il Timorasso era quasi scomparso, relegato a poche vigne di vecchi contadini. La svolta arriva negli anni Ottanta grazie a un gruppo di viticoltori appassionati, tra cui spicca Walter Massa, spesso chiamato "il padre del Timorasso", che ne riconobbe il potenziale per bianchi di struttura e longevità.

La rinascita più bella

Timorasso

Vini simbolo

Colli Tortonesi Timorasso, Derthona

Nel bicchiere

strutturasapiditàlongevo

Zona

Colli Tortonesi, all'estremo est del Piemonte.

Rarissimo, con poco più di un centinaio di ettari in tutta Italia, il Timorasso sta vivendo una rinascita grazie ai suoi bianchi aromatici e capaci di invecchiare. È il vitigno che più di ogni altro sta cambiando l'idea di "bianco piemontese": strutturato, sapido, adatto a restare anni in bottiglia.

Oggi il Timorasso e la DOC Colli Tortonesi sono forse la sorpresa più bella del vino piemontese degli ultimi anni. Al naso frutta a polpa bianca come mela e pera, fiori e note minerali; con l'invecchiamento emergono miele e frutta secca.

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I vini del Piemonte

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