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Quali sono i vitigni tradizionali del Piemonte?

Di Redazione


Il Piemonte è la regione italiana che per tutta la seconda metà del XX secolo ha fatto da traino all’enologia italiana. Oggi l’80% dei vini prodotti tra Langhe, Monferrato e altre zone della regione sono DOC o DOCG, un dato che fa del Piemonte la vetta qualitativa della produzione vinicola italiana.

Questa qualità la troviamo nel calice di un Barolo o di un Barbaresco, grazie al vitigno che si è legato indissolubilmente alla regione: il Nebbiolo.

Eppure, come scopriremo oggi, il Piemonte deve il suo successo non solo al suo vitigno protagonista, ma a tanti altri vitigni tradizionali che negli anni hanno sorretto la qualità dei vini della regione e, soprattutto nell’ultimo decennio, si stanno finalmente prendendo la ribalta dopo anni di comparsate in assemblaggi.

Quali sono quindi i vitigni tradizionali del Piemonte? Iniziamo ovviamente dal Nebbiolo, re indiscusso della viticoltura del nord-ovest italiano.

Nebbiolo

Dietro al Barolo e al Barbaresco c’è lui, il vitigno piemontese per antonomasia. Le prime tracce risalgono al 1266, perché sappiamo con certezza che un certo Conto Umberto de Balma produceva “Nibiol” con grande soddisfazione.

Il nome deriverebbe da quella nebbia che spesso appanna gli orizzonti delle Langhe tra ottobre e novembre, durante la vendemmia.
Vitigno estremamente esigente, il Nebbiolo, se non per poche eccezioni, cresce al meglio solo nei suoli marnosi e calcarei delle Langhe, dove l’uva riesce a maturare quell’acidità e tannicità così tipiche del vitigno (le due responsabili dell’incredibile capacità d’invecchiamento dei vini a base Nebbiolo).

Dal 1990 il Nebbiolo sta dando ottimi vini anche nella DOCG del Roero, poco distante dalle Langhe, offrendo agli appassionati un’alternativa più leggera e floreale rispetto a Barolo e Barbaresco.

In generale i vini a base di Nebbiolo offrono aromi di violetta e frutta rossa che evolvono nel tempo in note terziarie di tabacco, spezie e confettura di frutta nera.

Barbera

Fino a una quarantina di anni fa, la Barbera (al femmile quando si parla di vitigno) era alla base di vini popolari, nel prezzo e nell’apprezzamento. Non lo si prenda come un modo di sminuirla, ma la caratteristica principe del vitigno era l’acidità elevatissima e un grado alcolico molto basso (in alcuni casi di 11%).

E dunque i vini Barbera erano noti per la freschezza e bevibilità immediata, rendendoli i perfetti compagni di pranzi e cene quotidiane e soprattutto un perfetto materiale da assemblaggio in un’infinità di vini da tavola, da nord a sud.

Tutto cambia a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, quando alcuni produttori decidono di esplorare le potenzialità di invecchiamento del Barbera e iniziano quindi ad affinarlo in legno (l’esempio principe è il Bricco dell’Uccellone di Giacomo Bologna) con ottimi risultati.
Grazie alla micro-ossigenazione garantita dalle botti, l’acidità del Barbera si smorza, favorendo l’emersione di aromi complessi, speziati.

Le zone dedicate, e più vocate, per questo vitigno, sono quelle attorno ad Alba, Asti e nel Monferrato. Ma in assoluto la zona di riferimento per la Barbera è la DOCG di Asti.

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Il mistero dei vitigni a bacca bianca piemontesi

Potevamo continuare la lista dei vitigni a bacca rossa con Dolcetto, Freisa e altri ancora ma ci siamo fermati. Perchè?

Perché per una volta vogliamo dare un po’ di spazio ai vitigni bianchi del Piemonte. Da sempre oscurati dai cugini in rosso, oggi i vitigni bianchi stanno finalmente ottenendo un meritatissimo successo e la superficie vitata è in netto aumento, con grande soddisfazione degli amanti dei vini bianchi piemontesi.

Tutto inizia negli anni ‘80 (sempre loro!) con il successo del Moscato d’Asti. Certo, parliamo di uno spumante dolce, ma pur sempre a bacca bianca. Che piaccia o meno, è stato proprio il Moscato d’Asti a fare da apripista agli altri vitigni a bacca bianca, che a dire il vero nella regione ci sono sempre stati, ma solo negli ultimi 10-20 anni hanno iniziato ad avere più spazio. Iniziamo la nostra esplorazione dal vitigno alla base del Gavi DOCG.

Cortese

Le prime tracce del Cortese risalgono al XVII secolo, nella zona che ancora oggi è quella di riferimento per il vitigno: Alessandria (Piemonte sud-est). Non sappiamo molto delle origini del Cortese, né per quanto riguarda le parentele né da dove sia arrivato o se sia, come sembra, autoctono.
La vicinanza al mare ligure è all’origine dell’iniziale successo del vitigno e del vino più famoso prodotto con esso: il Gavi DOCG.

La produzione fu inizialmente mirata proprio ai tanti ristoranti di pesce che costellano la riviera ligure. I vini prodotti dal Cortese sono freschi, caratterizzati da aromi floreali e delicate note di miele. Data la delicatezza degli aromi del vitigno, la vinificazione è nella maggior parte dei casi in acciaio e quasi mai in legno.

Arneis

Quello che negli anni ‘80 era un nome che raramente affiorava nei discorsi degli appassionati e dei produttori di vini piemontesi è invece oggi il vitigno a bacca bianca più celebre della regione.

L’origine del vitigno è da ricercarsi nella zona del Roero (oggi sede della DOCG Roero Arneis). Inizialmente l’Arneis era usato per addolcire e stemperare la tannicità del Nebbiolo.

Negli anni ‘70 erano solo due i produttori che si ostinavano con coraggio a coltivare Arneis: Vietti e Giacosa. Tutto cambia negli ‘80 quando, come dicevamo prima, inizia a prendere piede l’interesse per i bianchi piemontesi e molti produttori, ben più famosi per i loro Barolo e Barbaresco, decidono di iniziare a dedicare un po’ di spazio all’Arneis.

Oggi, l’Arneis è prodotto in milioni di bottiglie, con qualità variabile. L’uva di questo vitigno è caratterizzata da una bassa acidità che favorisce quindi un consumo giovanile dei vini Arneis, caratterizzati, nella loro miglior espressione, da note agrumate, floreali e di frutta bianca, come melone e pesca.

Timorasso

Negli anni '70, il Timorasso era ormai quasi scomparso, relegato a poche vigne di vecchi contadini che lo coltivavano per consumo personale. Sembrava destinato all'oblio, ma la sua storia prese una svolta decisiva negli anni '80 grazie a un gruppo di viticoltori appassionati, tra cui spicca il nome di Walter Massa.

Massa, spesso chiamato "il padre del Timorasso", ebbe l'intuizione di recuperare questo vitigno autoctono, riconoscendone il potenziale qualitativo e la capacità di produrre vini bianchi di grande struttura e longevità.

Con pazienza e determinazione, Massa e altri pionieri iniziarono a reimpiantare il Timorasso, sperimentando tecniche di vinificazione moderne e rispettose della tradizione.

I risultati non tardarono ad arrivare: i vini ottenuti si rivelarono di altissimo livello, con una complessità e una profondità che incuriosirono enologi e appassionati.

Oggi il Timorasso e la DOC dei Colli Tortonesi sono forse tra le più belle sorprese dell’enologia piemontese degli ultimi anni.

Le caratteristiche organolettiche del Timorasso sono uniche e distintive. Al naso, il vino ottenuto da questo vitigno presenta un bouquet complesso, con note di frutta a polpa bianca come mela e pera, accompagnate da sentori floreali e minerali. Con l’invecchiamento emergono anche aromi di miele e frutta secca.