Vitigni autoctoni della Campania: Piedirosso, Coda di Volpe e Biancolella
Chiedi a qualcuno di nominare un vino bianco campano e probabilmente sentirai Fiano di Avellino o Greco di Tufo. Chiedi di un rosso, e la risposta sarà quasi sempre Taurasi o Aglianico. Eppure la Campania coltiva da secoli altri tre vitigni che restano nell'ombra, nonostante siano alla base di alcuni dei vini più identitari della regione.
All'ombra di Fiano e Greco
A partire soprattutto dagli anni ’80-’90, per Fiano e Greco c'è stata una vera e propria rivalutazione e rivoluzione: hanno ricevuto investimenti, denominazioni prestigiose, attenzione critica e export. Piedirosso, Coda di Volpe e Biancolella, invece, non hanno avuto - o hanno avuto solo in modo molto parziale e recente - lo stesso tipo di spinta, sono rimasti in secondo piano, percepiti come “locali” o “di nicchia”. I motivi sono diversi, per esempio le superfici sono modeste. Questo significa produzione ridotta, minore disponibilità sul mercato e scarsa penetrazione internazionale. Sono anche areali più piccoli e frammentati, spesso legati a singole cantine artigianali più che a un consorzio forte.
Un altro motivo è per esempio il loro ruolo storico di uve da taglio o di supporto. Coda di Volpe: per decenni (e secoli) è stata usata quasi esclusivamente in blend per ammorbidire l’acidità elevata di Fiano, Greco e Falanghina sui terreni vulcanici. Piedirosso (Per’e Palummo): secondo rosso più diffuso dopo l’Aglianico (circa 700 ha), ma storicamente impiegato per ammorbidire i tannini e l’intensità dell’Aglianico. Entra in molti blend (Lacryma Christi, Campi Flegrei, Ischia, Penisola Sorrentina…). Biancolella: legata soprattutto a Ischia (e in misura minore a Capri, Procida, Costiera Amalfitana e Ponza). Spesso affiancata o in blend con Forastera.
Il dettaglio da sapere
Il Lacryma Christi, uno dei nomi più noti (e più abusati nel marketing) della viticoltura campana, è in realtà un disciplinare preciso della DOC Vesuvio. La versione bianca nasce da Coda di Volpe con l'aggiunta massima del 20% di Falanghina e/o Greco, quella rossa da Piedirosso con un massimo del 20% di Aglianico.
Piedirosso
Il nome ufficiale racconta solo metà della storia. In dialetto napoletano il vitigno si chiama Per'e Palummo, piede di colombo, per la forma e il colore rosso vinoso del raspo che ricorda la zampa di un piccione. È uno dei pochi casi in cui il soprannome popolare è più diffuso, tra chi lo conosce, del nome che compare in etichetta.
Cresce soprattutto sulle pendici del Vesuvio e nei Campi Flegrei, su suoli sabbiosi di origine vulcanica dove, come detto, la fillossera non attacca le radici. Per decenni è stato considerato un vitigno da vino quotidiano, poco strutturato; oggi una nuova generazione di produttori lo tratta con più attenzione, riducendo le rese e valorizzando le vigne vecchie.
Il rosso del Vesuvio
Piedirosso
Vitigno
Piedirosso (Per'e Palummo)
Nel bicchiere
Zona
Pendici del Vesuvio e Campi Flegrei.
Rosso rubino leggero, con profumi di ciliegia e viola e un tannino gentile che lo rende adatto anche a chi cerca un rosso da bere fresco, tra i 14 e i 16 gradi. Buono con la pizza, con le alici marinate e con i piatti di mare più saporiti della costa napoletana.
Coda di Volpe
Il nome deriva dalla forma del grappolo, allungata e ricurva come la coda di una volpe. È un vitigno antico, già coltivato in epoca romana secondo alcune fonti storiche, ma oggi ridotto a poche decine di ettari, quasi tutti tra Napoli e le pendici del Vesuvio.
Raramente vinificato in purezza, entra come base nella versione bianca del Lacryma Christi insieme a Falanghina e Greco. Alcuni produttori più attenti alla valorizzazione dei vitigni minori hanno però iniziato a proporne versioni monovarietali, per far conoscere un profilo che altrimenti resta nascosto dentro un assemblaggio.
Il dettaglio da sapere
Le piantagioni di Coda di Volpe erano già in calo un decennio fa, ridotte a meno di 80 ettari in tutta Italia secondo i censimenti agricoli. È uno dei vitigni autoctoni italiani più a rischio di sparire dal mercato, nonostante la sua storia sia più lunga di quella di molti vitigni oggi celebrati.
Il bianco quasi introvabile
Coda di Volpe
Vitigno
Coda di Volpe Bianca
Nel bicchiere
Zona
Vesuvio, Campi Flegrei e area del Sannio.
Giallo paglierino con riflessi dorati, profumi agrumati di limone e mandarino insieme a note di mela e pera. Un bianco pieno di corpo, capace di reggere piatti di pasta con crostacei senza sparire, cosa non scontata per un vitigno così poco strutturato sulla carta.
Biancolella
Se Piedirosso e Coda di Volpe sono legati al Vesuvio, la Biancolella appartiene quasi esclusivamente a un'isola: Ischia. Cresce su terrazze scoscese, spesso raggiungibili solo a piedi, in barca o con la monorotaia che ancora oggi serve alcuni vigneti storici dell'isola.
Entra nell'assemblaggio del DOC Ischia insieme alla Forastera, altro vitigno quasi introvabile fuori dall'isola, ma è anche vinificata in purezza da alcune cantine storiche. È uno dei pochi bianchi campani in cui la componente salina si sente in modo netto, dovuta alla vicinanza costante al mare.
Il bianco dell'isola
Biancolella
Vitigno
Biancolella
Nel bicchiere
Zona
Isola d'Ischia, golfo di Napoli.
Giallo paglierino con riflessi verdolini, profumi di fiori bianchi ed erba appena tagliata, sapidità marcata in bocca. Il bianco perfetto per un piatto di spaghetti alle vongole, ma capace di reggere anche piatti di terra come formaggi freschi o carni bianche.
Selezione Tannico
Vitigni autoctoni della Campania nella nuova onda
Piedirosso, Coda di Volpe e Biancolella tra le etichette selezionate da Tannico per la collezione dei vitigni autoctoni italiani.
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