Vitigni autoctoni della Sardegna: Nasco, Monica e altri vitigni rari

Di Redazione

Vigneti della Sardegnatradizione

Guida Tannico

Vitigni autoctoni della Sardegna

Nasco, Monica, Vernaccia di Oristano, Arvisionadu, Cagnulari e Semidano, oltre Vermentino e Cannonau

Nel 2010 alcuni archeologi dell'Università di Cagliari hanno scoperto a Sa Osa, vicino Oristano, circa 15.000 semi d'uva che retrodatano la viticoltura sarda ad almeno 3.000 anni fa. Vermentino e Cannonau occupano oggi da soli buona parte di quella lunghissima tradizione, e non è un caso: sono i due vitigni che hanno reso l'isola conosciuta nel mondo del vino. Ma cinque varietà insieme arrivano al 70% della superficie coltivata, e le altre, meno note, raccontano una Sardegna del vino molto più varia di quanto il duo più celebre lasci intuire.

Oltre Vermentino e Cannonau

La fillossera arrivò in Sardegna nel 1883 e decimò le vigne, che si sono riprese solo dopo la Seconda guerra mondiale. I vecchi vigneti ad alberello a bassa produttività furono sostituiti con sistemi più produttivi grazie ai finanziamenti statali e regionali. Quando i sussidi si sono esauriti, anche l'interesse per la viticoltura è calato. Nel 2010 restavano appena 19.000 ettari coltivati in tutta l'isola.

Da allora una nuova generazione ha ripreso in mano il settore, spinta anche dalla crescita dell'enoturismo: nel 2020 la superficie vitata era già risalita a oltre 27.000 ettari. In questo contesto di rilancio, i vitigni minori dell'isola stanno trovando spazio grazie a piccoli produttori che lavorano in biologico o biodinamico su vecchie vigne ad alberello. Spesso sono più fedeli all'identità sarda originaria di quanto lo siano le due varietà più coltivate.

Nasco

Il Nasco di Cagliari è tra i vitigni più antichi dell'isola, presente già all'Esposizione Universale di Vienna del 1873 come rappresentante dei vini tipici sardi. Il nome deriva dal latino "muscus", muschio, la stessa radice etimologica dei vitigni Moscato: un riferimento al leggero aroma muschiato che gli esperti riconoscono nell'uva appena appassita.

Per decenni il Nasco è stato identificato quasi solo con la sua versione liquorosa e dolce, quella più tradizionale del disciplinare. Negli ultimi anni la riscoperta critica si è però concentrata proprio sulla versione secca, meno nota ma altrettanto prevista dalla DOC fin dal riconoscimento del 1972. Un bianco che perde la dolcezza ma non l'identità aromatica del vitigno.

Il bianco riscoperto in versione secca

Nasco

Vitigno

Nasco

Nel bicchiere

fiori di pratofrutta giallamuschiato

Zona

Provincia di Cagliari e Oristano.

Nella versione secca, giallo paglierino con profumi delicati di fiori di prato appena sbocciati e frutta a polpa gialla, con quella nota muschiata sullo sfondo che dà il nome al vitigno. Un bianco pieno di carattere ma meno impegnativo del liquoroso tradizionale.

Monica

Se Nasco è la Sardegna dei vini dolci, il Monica è la Sardegna dei rossi quotidiani. È tra i cinque vitigni che insieme occupano il 70% delle vigne sarde, eppure resta molto meno conosciuto di Vermentino e Cannonau, complice un profilo meno aromatico e più discreto.

Dà rossi di colore rubino, con profumi di frutta a polpa scura come mora e prugna, tannino morbido e buona bevibilità. Il classico rosso da tutti i giorni, pensato per accompagnare la tavola sarda più che per essere raccontato in una scheda tecnica.

Il dettaglio da sapere

La DOC Monica di Sardegna copre l'intera isola, non solo una zona specifica come accade per il Nasco o la Vernaccia di Oristano. È un tratto che condivide con Cannonau e Vermentino, segno che il disciplinare storico lo considerava già un vitigno di riferimento per tutta la regione.

Il rosso quotidiano della Sardegna

Monica

Vitigno

Monica

Nel bicchiere

moraprugnatannino morbido

Zona

Coltivato su tutta l'isola.

Rosso rubino con profumi di mora, prugna e viola, spezie leggere sullo sfondo. Tannino morbido, acidità contenuta: un rosso pensato per la tavola di tutti i giorni, non per l'invecchiamento.

Vernaccia di Oristano

Da non confondere con la Vernaccia di San Gimignano toscana. Il nome Vernaccia in Italia è condiviso da diverse varietà non collegate tra loro, e quella sarda, coltivata quasi esclusivamente sulla costa occidentale dell'isola, è un vitigno a sé, distinto da tutti gli altri.

Il suo tratto più curioso è il metodo di affinamento. Come la Malvasia di Bosa, un'altra piccola DOC sarda quasi scomparsa, la Vernaccia di Oristano viene spesso invecchiata sotto un velo di lievito chiamato flor, la stessa tecnica usata per lo Sherry andaluso. Qui però il vino resta non fortificato. Il risultato è un bianco ossidativo, con note di frutta secca e una persistenza che ricorda vini molto più celebri fuori dai confini italiani.

Il bianco che cerca il flor

Vernaccia di Oristano

Vitigno

Vernaccia di Oristano (varietà distinta dalla Vernaccia toscana)

Nel bicchiere

frutta seccaossidativopersistente

Zona

Costa occidentale, provincia di Oristano.

Ambrato con riflessi dorati, profumi di frutta secca, mandorla e una nota ossidativa distintiva data dall'affinamento sotto flor. Un bianco che si beve come un aperitivo importante o si abbina a formaggi stagionati.

Arvisionadu

Se Nasco, Monica e Vernaccia raccontano già una Sardegna fuori dai riflettori, l'Arvisionadu va oltre. Cresce su appena 20 ettari nel Goceano, la zona più lontana dal mare di tutta l'isola, intorno ai comuni di Benetutti e Bono. Il progetto di ricerca AKINAS sulla biodiversità viticola sarda lo classifica come "Unicum", termine riservato ai vitigni per cui non è stata trovata alcuna corrispondenza genetica con altre varietà conosciute.

Le prime citazioni scritte risalgono al 1780, nel trattato "Agricoltura di Sardegna" di Andrea Manca dell'Arca, che lo chiamava "Arvu siniagu". Negli anni Cinquanta il critico Luigi Veronelli lo assaggiò in una cantina di Benetutti e ne scrisse con parole quasi devote. Lo descrisse come un vino che si concede solo a chi cerca la sua anima oltre al suo corpo.

Il dettaglio da sapere

L'Arvisionadu può essere vinificato secco oppure, come la Vernaccia di Oristano, con lo stesso metodo del flor in botte scolma. Due vitigni sardi lontanissimi tra loro per geografia, la costa occidentale e le montagne del Goceano, condividono così la stessa tecnica di affinamento ossidativo.

Il bianco senza parenti noti

Arvisionadu

Vitigno

Arvisionadu (nessuna corrispondenza genetica nota)

Nel bicchiere

sapidomineraleleggero tannino

Zona

Goceano, comuni di Benetutti e Bono, provincia di Sassari.

Giallo paglierino con riflessi verdi, buona acidità e sapidità, con un retrogusto leggermente tannico non comune nei bianchi sardi. Cresce su terreni granitici lontani dal mare, un'altra Sardegna rispetto a quella costiera più conosciuta.

Cagnulari

Cresce soprattutto nel Sassarese, intorno a Usini, Uri e Ittiri, non lontano da Alghero, dove occupa una quota di vigneti insolitamente alta per un vitigno che resta ignoto alla maggior parte degli stessi sardi. In Gallura, dove è coltivato in misura minore, prende invece il nome di Caldareddu o Caldarello.

Per anni la sua identità è stata avvolta nel dubbio, con ipotesi che lo accostavano al Bovale arrivato dalla Spagna durante la dominazione aragonese. Oggi sappiamo che il Cagnulari è in realtà lo stesso vitigno del Graciano spagnolo, la varietà usata in piccole percentuali nel Rioja per dare colore e struttura. Nel resto della Sardegna, dove è coltivato pochissimo, viene chiamato Bovale Sardo, Bovaleddu o Muristellu.

Il rosso conteso tra Sassarese e Gallura

Cagnulari

Vitigno

Cagnulari (identico al Graciano spagnolo)

Nel bicchiere

frutti di boscobalsamicomorbido

Zona

Sassarese (Usini, Uri, Ittiri) e Gallura.

Rosso rubino vivo, frutti di bosco anche in confettura, una lieve balsamicità sullo sfondo. Struttura piena e morbida, buon accompagnamento per carni rosse elaborate e formaggi stagionati sardi.

Semidano

Il Semidano non cresce da nessun'altra parte al mondo se non in Sardegna, ed è concentrato quasi esclusivamente nella sottozona di Mogoro, un angolo del Campidano oristanese. I suoli vulcanici gli regalano una spiccata sapidità iodata. Nel corso del Novecento la sua coltivazione si è ridotta drasticamente per la bassa produttività, fino a sfiorare l'estinzione.

Oggi resta uno dei vitigni sardi più rari da trovare in bottiglia. È anche il bianco sardo che regge meglio l'invecchiamento, con un profumo intenso e una morbidezza che gli conferisce una struttura importante, insolita per un vitigno spesso liquidato come minore.

Il dettaglio da sapere

La DOC Sardegna Semidano prevede anche versioni superiore, passito e persino spumante. Ma per un vitigno con una superficie coltivata così ridotta, ogni tipologia resta di fatto un piccolo esperimento artigianale più che una produzione su scala.

Il bianco che esiste solo qui

Semidano

Vitigno

Semidano (esclusivo della Sardegna)

Nel bicchiere

iodatoagrumisapido

Zona

Sottozona Mogoro, Campidano oristanese.

Giallo paglierino, profilo sapido e minerale con note iodate e agrumate. Sorso pieno e avvolgente, fresco e ben contrastato, con una persistenza notevole per un vitigno così poco conosciuto.

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