Vitigni autoctoni della Calabria: Gaglioppo, Mantonico, Magliocco e Pecorello
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Il vino degli atleti olimpici Una regione che riparte dagli autoctoni Gaglioppo Mantonico Magliocco PecorelloLa Calabria vinicola ha attraversato decenni difficili. Cooperative che premiavano la quantità sulla qualità, vigneti sostituiti da agrumi e kiwi più profittevoli, un piano di estirpazione europeo nel 2008 che ha ridotto ulteriormente la superficie coltivata. Eppure proprio da qui, dal vitigno più rappresentativo della regione, sta ripartendo qualcosa.
Il vino degli atleti olimpici
Nell'VIII secolo a.C. alcuni coloni greci sbarcarono sulla costa ionica dell'attuale provincia di Crotone e fondarono Krimisa, città che prese il nome dalla colonia di Cremissa e che ospitava un tempio dedicato a Bacco. Il vino che vi si produceva, chiamato anch'esso Krimisa, veniva offerto agli atleti vincitori alle antiche Olimpiadi. Secondo la tradizione ne fu grande estimatore anche Milone di Crotone, il lottatore che vinse sei edizioni consecutive dei giochi.
Krotone, la Kroton greca, fu per secoli la "città degli atleti": nel 576 a.C. i primi sette classificati nella gara dello stadio alle Olimpiadi erano tutti crotoniati, tanto che Strabone coniò il proverbio "l'ultimo dei crotoniati era il primo degli altri Greci". Il Cirò di oggi discende da quella tradizione antica, ed è stato il primo vino calabrese a ottenere la DOC, nel 1969.
La vocazione vinicola della regione è scritta nel suo stesso nome antico. I coloni greci chiamarono questa parte d'Italia Enotria, "terra delle viti", da "oinotron", il termine che indicava il palo di sostegno a cui legavano le viti allevate ad alberello. Quel metodo di coltivazione, praticato già prima dell'arrivo dei Greci, si chiama ancora oggi ufficialmente "alberello enotrio con palo secco": un nome che porta dentro tremila anni di storia.
Una regione che riparte dagli autoctoni
Senza un dipartimento universitario di viticoltura dedicato, la ricerca sui vitigni autoctoni calabresi è stata portata avanti soprattutto da singole cantine private. In primis Librandi, che negli anni Novanta ha conquistato il mercato internazionale con un rosso in barrique chiamato Gravello, un blend originale tra Gaglioppo e Cabernet Sauvignon. Da quella spinta iniziale è nato un movimento più ampio.
Intorno al 2008 Negli nasce Cirò Revolution, un movimento fondato da piccoli vignaioli con l'intento di rilanciare il vino Cirò rispettando la terra, lavorando in biologico e biodinamico, con macerazioni lunghe e un'attenzione artigianale al vitigno principale della regione, il Gaglioppo. Il risultato è una rinascita che parte dal basso, senza il sostegno di un consorzio forte come quello del Chianti o del Barolo.
Il dettaglio da sapere
Nella vicina Melissa DOC, una manciata di produttori sperimenta con vini fermentati in anfore di terracotta, le qvevri georgiane. Un dettaglio che racconta come la Calabria stia cercando la propria identità enologica guardando sia al passato più remoto che alle tecniche più contemporanee.
Gaglioppo
Il Gaglioppo è il vitigno rosso principale della Calabria e la base del Cirò DOC, la denominazione più conosciuta della regione. Dà vini di colore rubino medio, spesso profumati di rosa, con un tannino piuttosto marcato che richiede tempo per ammorbidirsi.
La scoperta più sorprendente riguarda la sua genealogia. L'analisi del DNA ha dimostrato che il Gaglioppo è un incrocio naturale tra Sangiovese e Mantonico Bianco, il che lo rende fratello del Nerello Mascalese, il vitigno principe dell'Etna siciliano. Toscana, Calabria e Sicilia, tre territori lontanissimi tra loro, condividono così una parentela genetica che nessuna guida turistica racconta.
Il legame con l'Etna non finisce qui. Sulla costa occidentale calabrese, nella zona di Lamezia, crescono anche il Nerello Mascalese e il Nerello Cappuccio, gli stessi vitigni del vulcano siciliano appena attraversato lo Stretto di Messina. È un indizio di uno scambio antico tra le due sponde, di cui restano poche altre tracce documentate.
Da sapere
Intorno al paese di Bianco, sulla costa ionica meridionale, cresce il Greco Bianco calabrese, vitigno che non ha nulla a che fare con il Greco di Tufo campano nonostante il nome condiviso. Da uve surmature di Greco Bianco si produce il Greco di Bianco DOC un vino bianco dolce da dessert con un fresco bouquet di fiori d’arancio, agrumi ed erbe in sottofondo.
Il cuore rosso del Cirò
Gaglioppo
Vitigno
Gaglioppo (incrocio Sangiovese × Mantonico Bianco)
Nel bicchiere
Zona
Costa ionica, provincia di Crotone.
Rosso rubino intenso, sentori fruttati di ribes maturo e visciole, note floreali di rosa sullo sfondo. Il tannino è deciso ma non ruvido: un rosso che si presta a un affinamento più lungo di quanto la sua reputazione da vino quotidiano lasci intuire.
Mantonico
Se il Gaglioppo è il vitigno più famoso della Calabria, il Mantonico Bianco è probabilmente il più importante dal punto di vista genetico. È il genitore del Gaglioppo stesso insieme al Sangiovese, ma la sua parentela non si ferma qui: la stessa uva è anche il genitore del Nerello Mascalese siciliano e possibile progenitore del Nero d'Avola. Tre vitigni protagonisti di tre denominazioni diverse, tutti riconducibili a questa varietà bianca calabrese poco conosciuta fuori regione.
Coltivato soprattutto nella zona di Bianco, sulla costa ionica, e nella Terre di Cosenza più a nord, dà vini bianchi di buona struttura, capaci anche di affinamento in legno. In epoca medievale a Palermo il Mantonico, allora chiamato anche Mantonicato, veniva citato tra i vini più conosciuti, sia in versione rossa che bianca: un dettaglio che i disciplinari moderni hanno perso quasi del tutto.
Magliocco
Il Magliocco è in realtà un nome che raggruppa due varietà distinte. Il Magliocco Canino, probabile parente del Sangiovese e a maturazione più tardiva, e il più comune e tannico Magliocco Dolce, che in Campania viene chiamato Guarnaccia Nera. Insieme occupano circa 670 ettari in tutta la Calabria, una superficie piccola ma in crescita grazie al lavoro di valorizzazione di alcune cantine.
Librandi è stata la prima a puntare sul Magliocco vinificato in purezza, dopo decenni in cui veniva quasi sempre assemblato con il Gaglioppo per dare struttura e colore. Nella zona di Vibo Valentia, un gruppo di sette produttori sta lavorando per ottenere una IGT dedicata proprio a questo vitigno. Un segno che la sua identità sta finalmente uscendo dall'ombra del più celebre cugino del Cirò.
Il dettaglio da sapere
Il nome Magliocco Canino non ha nulla a che fare con i cani: deriva probabilmente dal toponimo Canino, o da un termine dialettale legato alla forma del grappolo. Come spesso accade con i vitigni minori italiani, l'origine esatta del nome resta materia di ipotesi più che di certezza documentata.
Pecorello
Attenzione a non confonderlo con il più noto Pecorino di Marche e Abruzzo. Il Pecorello calabrese è tutt'altra varietà, un sinonimo locale del Greco Bianco diffuso soprattutto nella Terre di Cosenza, dove compare nei disciplinari sia come componente di assemblaggio che, più raramente, in purezza.
È uno dei vitigni bianchi meno documentati della regione, tanto che trovarlo imbottigliato come varietale resta un'eccezione più che una regola. Proprio per questo motivo rappresenta uno dei territori di ricerca più interessanti per chi si occupa di autoctoni calabresi: un vitigno che esiste da secoli ma che il mercato non ha ancora davvero scoperto.
Selezione Tannico
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