Vitigni autoctoni della Puglia: Verdeca, Negroamaro e Nero di Troia

Di Redazione

Vigneti della Puglia, Salento, Valle d'Itria

Guida Tannico

Vitigni autoctoni della Puglia

Verdeca, Negroamaro e Nero di Troia, oltre il Primitivo

La Puglia è la seconda regione vinicola più produttiva d'Italia dopo il Veneto, ma buona parte di quella produzione finisce ancora nel vino sfuso o nelle bottiglie a marchio internazionale. In mezzo a questo scenario, tre vitigni autoctoni raccontano una Puglia diversa da quella del solo Primitivo, oggi il più celebrato fuori regione.

Oltre Primitivo

Molti produttori pugliesi hanno accettato i finanziamenti europei per estirpare le vigne più povere, spesso a bassa produttività ma di qualità superiore, per sostituirle con varietà più produttive su terreni fertili. Il risultato è che gran parte della viticoltura resta orientata al vino sfuso, mentre solo una minoranza di produttori imbottiglia in proprio con formazione enologica specifica.

La domanda internazionale per i vitigni autoctoni sta però creando un impulso commerciale nuovo. Un quadro di denominazioni già esiste per accogliere questa domanda, anche se i pochi consorzi pugliesi restano, di fatto, quasi inattivi: la spinta arriva più dai singoli produttori che dal sistema.

Verdeca

Per decenni la Verdeca è stata considerata poco più che materia prima per il vermouth, un vitigno neutro destinato più al vino sfuso che a bottiglie di carattere. È la base della DOC Locorotondo, insieme al Bianco d'Alessano, nella Valle d'Itria tra le province di Bari e Taranto.

L'analisi del DNA ha rivelato un legame genetico sorprendente: la Verdeca è genitore, insieme al Tribidrag, un antico vitigno a bacca nera originario della Croazia geneticamente identico al famoso Primitivo italiano e allo Zinfandel californiano, della Plavina, varietà diffusa sulla costa dalmata. Un ponte genetico attraverso l'Adriatico che nessuna etichetta racconta, ma che lega la Puglia alla Croazia più di quanto si pensi.

Il dettaglio da sapere

Solo di recente alcuni produttori hanno iniziato a vinificare la Verdeca in purezza, uscendo dal ruolo di comprimario che ha avuto per generazioni. Il risultato sono bianchi più espressivi di quanto la sua storia da vitigno "neutro" lasci immaginare.

Il bianco della Valle d'Itria

Verdeca

Vitigno

Verdeca

Nel bicchiere

agrumifiori bianchifresco

Zona

Valle d'Itria, tra le province di Bari e Taranto.

Giallo paglierino con riflessi verdolini, profumi agrumati di limone e lime uniti a note floreali. Un bianco fresco e diretto, pensato per essere bevuto giovane senza troppe pretese, ma capace di sorprendere quando la cantina ci lavora con attenzione.

Negroamaro

Il Negroamaro cresce su vigne ad alberello nel Salento, la penisola stretta tra Adriatico e Ionio dove le brezze marine da entrambi i lati mitigano il caldo estivo. È il vitigno alla base di Salice Salentino e Copertino, tra le denominazioni pugliesi più riconoscibili fuori regione.

Il nome, nonostante l'etimologia suggerisca "nero amaro", descrive più la profondità del colore che un vero gusto amaro. I vini che ne derivano sono robusti e speziati, con un carattere che si presta bene a un affinamento più lungo di quanto la sua immagine da vino quotidiano lasci intuire.

Il rosso delle due brezze

Negroamaro

Vitigno

Negroamaro

Nel bicchiere

frutta in confetturapepe nerospeziato

Zona

Salento, tra Lecce, Brindisi e Taranto.

Rosso rubino profondo, profumi di frutta rossa in confettura, pepe nero e note speziate. Struttura robusta ma senza asperità eccessive, pensato per carni alla brace e formaggi stagionati della tradizione salentina.

Nero di Troia

La leggenda più suggestiva racconta che sia stato Diomede, l'eroe greco della guerra di Troia, a portare i primi tralci sulle coste pugliesi dopo la caduta della città. Da qui il toponimo da cui il vitigno prende il nome. Il "Nero" davanti a Troia, però, è un'aggiunta tutt'altro che antica. Fino a pochi decenni fa il vitigno si chiamava semplicemente Uva di Troia, e sono stati gli stessi produttori locali a ribattezzarlo Nero di Troia, ispirandosi al successo commerciale del Nero d'Avola siciliano.

Sul fronte genetico la leggenda di Diomede non regge: l'analisi del DNA ha dimostrato che il Nero di Troia è un discendente naturale di Bombino Bianco e Quagliano, quest'ultimo un vitigno piemontese. Un'origine tutta italiana, dal Nord al Sud, che smentisce il mito greco pur non togliendogli fascino.

Secoli dopo, Federico II di Svevia lo scelse come vino delle sue battute di caccia intorno a Castel del Monte, per accompagnare la selvaggina con un rosso corposo e strutturato. Nell'Ottocento fu invece relegato al ruolo di vino da taglio, usato per rinforzare corpo e colore di vini più esili del Nord. Solo negli ultimi decenni ha riconquistato lo status di vitigno da vinificare in purezza.

Il dettaglio da sapere

La Castel del Monte Nero di Troia Riserva DOCG richiede un minimo del 90% del vitigno e un affinamento di almeno 24 mesi, di cui 12 in legno. Sono regole molto più severe di quelle della versione DOC base, e il prezzo tra le due versioni può differire di tre o quattro volte.

Il rosso di Diomede e Federico II

Nero di Troia

Vitigno

Nero di Troia (Uva di Troia)

Nel bicchiere

frutti di boscoliquiriziatannino fitto

Zona

Murgia, tra le province di Foggia, Bari e Barletta-Andria-Trani.

Rosso rubino intenso con riflessi granata nell'invecchiamento, profumi di frutti di bosco maturi, spezie e liquirizia. Tannino fitto che richiede tempo, ma capace di grande longevità se lasciato affinare.

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