Guida ai vini Campani, storia, caratteristiche e tutte le denominazioni
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Dai romani a Mastroberardino Tre suoli, tre stili I vini simbolo dell'Irpinia Le cantine che l'hanno riportata in vitaNell'antichità la Campania era considerata la culla dei vini più pregiati del Mediterraneo. Il Falerno, in particolare, veniva descritto dagli scrittori romani come il migliore in assoluto, tanto forte da poter essere acceso con una fiamma. Oggi la regione conta circa 30mila ettari vitati, quattro DOCG e quindici DOC, quasi tutte costruite su vitigni autoctoni che altrove non esistono.
Dai romani a Mastroberardino
La viticoltura campana precede persino l'arrivo degli Etruschi, ma furono i Greci a introdurre le tecniche di coltivazione che avrebbero definito il territorio. L'Aglianico stesso, secondo un'etimologia diffusa, deriverebbe da "Ellenico": la vite venne piantata per la prima volta vicino alla colonia greca di Cuma, non lontano dall'attuale Avellino, patria del Taurasi.
Per gran parte del Novecento, però, la Campania enologica rischiò di scomparire. Fino ai primi anni '90 Mastroberardino fu l'unica cantina presente sui mercati esteri, capace da sola di assorbire la maggior parte delle uve prodotte dai contadini della zona. Solo quando i viticoltori iniziarono a imbottigliare in proprio, affiancati da enologi consulenti, il numero di produttori passò da una manciata a decine.
Il dettaglio tecnico
Nel 2020 il Taurasi contava già 60 produttori attivi, contro i soli dieci degli anni '80. In appena tre decenni una denominazione quasi monopolizzata da un'unica cantina si è trasformata in uno dei territori più frammentati e vivaci del sud Italia.
Tre suoli, tre stili
Il territorio campano si legge meglio dal suolo che dalla mappa.
Suolo vulcanico
Vesuvio e Campi Flegrei
Vitigni
Falanghina, Piedirosso
Nel bicchiere
Curiosità
La fillossera qui non attecchisce.
Sono le zone che i romani chiamavano "campi ardenti", con suoli sabbiosi di origine vulcanica talmente inospitali che la fillossera non è mai riuscita a diffondersi. Molte vigne di Falanghina e Piedirosso crescono ancora oggi a piede franco, sulle proprie radici originarie. Da qui nascono anche il Lacryma Christi del Vesuvio Bianco e la versione Rosso.
Suolo alluvionale
Sannio
Vitigni
Falanghina, Aglianico
Nel bicchiere
Curiosità
Include la DOCG Aglianico del Taburno.
Sulla piana tra Napoli e Benevento, i suoli alluvionali danno vini più immediati e accessibili. È qui che nasce la Falanghina del Sannio, tra le denominazioni campane più cercate online ma ancora poco raccontate, e l'Aglianico del Taburno, unica DOCG della zona insieme al più ampio Sannio DOC.
I vini simbolo dell'Irpinia
Il terzo suolo, quello calcareo, ospita le tre DOCG più importanti della regione.
Rosso da invecchiamento
Taurasi DOCG
Vitigno
Aglianico
Nel bicchiere
Da abbinare a
Brasati, selvaggina, formaggi molto stagionati.
Considerato l'espressione più nobile e longeva dell'Aglianico, il Taurasi richiede almeno tre anni di affinamento, uno dei quali in legno, quattro per la Riserva. La zona si divide in quattro settori con altitudini ed esposizioni diverse: dai vini più pronti della fascia più bassa a quelli che richiedono un invecchiamento lungo nella parte più alta, verso i Monti Picentini.
Bianco da invecchiamento
Fiano di Avellino DOCG
Vitigno
Fiano
Nel bicchiere
Da abbinare a
Pesce strutturato, formaggi a media stagionatura.
Insieme al Greco di Tufo, è uno dei bianchi italiani con maggiore capacità di invecchiamento. Le uve vengono raccolte non prima di inizio ottobre, quando l'altitudine ha già raffreddato sensibilmente le notti irpine. Con qualche anno di bottiglia sviluppa note affumicate che lo allontanano dal registro fruttato tipico della sua gioventù.
Curiosità sul nome
Il Greco di Tufo prende il nome dal tufo, la roccia calcarea che i romani chiamavano così credendola di origine vulcanica. In realtà non lo è: un piccolo equivoco geologico diventato il nome di una delle DOCG più importanti d'Italia.
Le cantine che l'hanno riportata in vita
Se la Campania enologica esiste ancora è merito soprattutto di chi ha continuato a produrre quando quasi nessuno lo faceva. Mastroberardino resta il nome che ha attraversato il secolo. Feudi di San Gregorio ha guidato la seconda ondata, arrivando persino a mappare in dettaglio la geologia del Taurasi, mai studiata a livello accademico prima di allora.
Sul fronte dei piccoli produttori artigianali, Ciro Picariello e Pietracupa coprono da soli quasi tutte le DOCG irpine, mentre Luigi Tecce e Benito Ferrara rappresentano l'Irpinia più artigianale e meno standardizzata. Vicino al Vesuvio, La Sibilla lavora su vigne a piede franco nei Campi Flegrei; sul versante casertano, Villa Matilde ha riportato in produzione proprio il Falerno celebrato dai romani.
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