Quali sono i vini bianchi amabili?

Di Redazione

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Vini bianchi amabili

Cinque vitigni, cinque modi diversi di essere leggermente dolci

"Amabile" è un termine più preciso di quanto sembri. In etichetta indica un vino con una quantità misurabile di zucchero residuo, quello che non è stato convertito in alcol durante la fermentazione. È abbastanza da percepire una dolcezza leggera, mai abbastanza da avvicinarsi a un vino da dessert vero e proprio. La classificazione europea fissa le soglie in grammi per litro, e un vino "amabile" si colloca in una fascia intermedia, ben lontana sia dal secco che dal dolce dichiarato.

Cosa vuol dire "amabile"

Non tutta la dolcezza percepita in un vino viene dallo zucchero. Alcol, glicerina e bassa acidità possono dare un'impressione di morbidezza anche in vini che, sulla carta, sono tecnicamente secchi. È uno dei motivi per cui due bottiglie con lo stesso residuo zuccherino possono sembrare molto diverse al palato. È anche per questo che i vitigni più amati in questa categoria, come il Gewürztraminer, mantengono un equilibrio delicato tra dolcezza e acidità. Quando quell'equilibrio manca, il risultato scivola facilmente verso la stanchezza in bocca invece che verso la piacevolezza.

Gewürztraminer

Il Gewürztraminer è la mutazione a bacca rosata del Traminer, e il nome tedesco significa letteralmente "Traminer speziato". Le sue versioni migliori arrivano quasi esclusivamente dall'Alsazia, con l'Alto Adige a offrire interpretazioni più snelle. È un'uva che raggiunge facilmente oltre il 14% di alcol e ha un'acidità naturalmente bassa: due caratteristiche che, insieme, regalano quella sensazione di morbidezza avvolgente anche quando il vino non è propriamente dolce.

Il dettaglio da sapere

Dal 2021 tutte le etichette di Alsazia devono indicare il livello di dolcezza, in parole o su una scala visiva. Sotto i 4 g/l di zucchero residuo il vino è considerato secco, tra 4 e 12 g/l diventa demi-sec, oltre i 12 g/l moelleux. È una precisione che aiuta a orientarsi in un'uva capace di risultati molto diversi tra loro a seconda dell'annata e del produttore.

Riesling

Il Riesling, in particolare quello della Mosella tedesca, è forse il vitigno che meglio dimostra come lo zucchero residuo, da solo, non racconti tutta la storia. La sua acidità tartarica naturale è così alta da bilanciare livelli di dolcezza che in qualsiasi altra uva risulterebbero stucchevoli: un Riesling con residuo zuccherino anche importante può risultare fresco e teso, non pesante.

Il dettaglio da sapere

Il Riesling ha attraversato decenni di reputazione altalenante. Negli anni Sessanta e Settanta il nome veniva applicato in modo generico a vitigni bianchi di qualità dubbia. La sua associazione con la dolcezza è diventata per anni un marchio di scarsa sofisticazione agli occhi dei consumatori. Solo con il cambiamento climatico e una nuova attenzione alla qualità, il Riesling secco tedesco è tornato oggi a essere comune quanto le versioni più morbide.

Moscato d'Asti

Il Moscato d'Asti nasce dal Moscato Bianco, coltivato nel triangolo tra Canelli, Castiglione Tinella e Santo Stefano Belbo. Non va confuso con l'Asti Spumante: il Moscato d'Asti ha una pressione in bottiglia molto più bassa, appena mosso invece che pienamente frizzante, e un alcol che non supera il 6,5%. È proprio la fermentazione interrotta a bassa gradazione a lasciare lo zucchero non convertito che dà al vino il suo carattere goloso, senza però farlo diventare un vino da dessert.

Il dettaglio da sapere

Canelli è considerata la culla del Moscato piemontese: qui, nel 1865, Carlo Gancia produsse il primo Moscato spumantizzato, e le antiche cantine sotterranee della città hanno oggi lo status di patrimonio UNESCO. Le uve migliori e più mature vengono riservate proprio al Moscato d'Asti, non all'Asti Spumante.

Chenin Blanc

Il Chenin Blanc della Valle della Loira, e in particolare le denominazioni come Vouvray nella versione demi-sec, unisce dolcezza delicata e un'acidità vibrante che gli permette di invecchiare per decenni. È forse il vitigno più versatile in assoluto sul fronte della dolcezza: la stessa uva, nella stessa zona, può dare vini secchi, demi-sec, dolci o spumanti a seconda della scelta del produttore e dell'andamento dell'annata.

Il dettaglio da sapere

L'appellation Vouvray esiste dal 1936, ma le prime tracce della viticoltura locale risalgono ai monaci medievali che raffinarono le tecniche in zona. Un'analisi genetica non ancora pubblicata suggerisce che lo Chenin Blanc sia un incrocio naturale tra Savagnin e Sauvignonasse, lo stesso vitigno all'origine, per una strada diversa, anche del Friulano italiano.

Torrontés

Il Torrontés Riojano, il più diffuso dei tre vitigni argentini che portano questo nome, dà vini che vanno dal secco e teso fino a versioni più lussureggianti di raccolta tardiva. È considerato il bianco più distintivo dell'Argentina, e le versioni migliori arrivano dalle vigne d'alta quota della Valle di Calchaquí, dove l'acidità naturale resta alta nonostante il clima caldo.

Il dettaglio da sapere

Il profilo aromatico del Torrontés, spesso descritto come "simile al Moscato", non è una coincidenza stilistica. L'analisi del DNA condotta nel 2003 ha confermato che il vitigno è un incrocio naturale tra il Moscato d'Alessandria e la Criolla Chica, varietà portata in Argentina dai coloni spagnoli. Le sue origini risalgono al Settecento.

Abbinamenti

Il Gewürztraminer è la scelta naturale con la cucina asiatica più speziata, dove la sua intensità aromatica regge il confronto senza sfigurare. Il Riesling amabile si accompagna bene a piatti di maiale e formaggi cremosi, mentre il Moscato d'Asti resta perfetto con dolci alla crema o semplicemente con la frutta fresca.

Il Chenin Blanc demi-sec accompagna piatti di pollame e formaggi erborinati, dove la sua acidità pulisce il palato tra un boccone e l'altro. Il Torrontés, infine, è versatile con antipasti leggeri e cucina fusion, grazie a un'aromaticità che dialoga bene con spezie non troppo aggressive.

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