7 vitigni rossi italiani meno noti
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Teroldego: una donna, non un disciplinare Marzemino: tre vitigni, un'unica radice Sagrantino: dal passito all'estinzione mancata Schioppettino: illegale per un decennio Refosco: l'uva che aggiustava gli errori altrui Corvina: la comparsa che sostiene il protagonista Nerello Mascalese: un'identità nata da un incrocioSi racconta sempre la stessa storia sulla biodiversità italiana: centinaia di vitigni autoctoni, contro le 210 varietà della Francia, un patrimonio enorme che rischia di scomparire sotto il peso di Merlot e Chardonnay. È tutto vero, ma è anche una storia troppo comoda, perché lascia intendere che la sopravvivenza di un'uva sia una questione di destino o di clima. Non è così. Dietro ognuno dei sette vitigni che seguono c'è quasi sempre una persona sola, o una cantina sola, che ha deciso di non lasciarlo morire mentre tutti gli altri guardavano altrove.
Teroldego: una donna, non un disciplinare
Il Teroldego ha una DOC dal 1971 e una presenza documentata nella Piana Rotaliana fin dal Quattrocento. Sulla carta, tutto in ordine. Nella pratica, per gran parte del Novecento la sua storia è stata quella di un'uva capace di rendimenti altissimi, fino a 17 tonnellate per ettaro. Coltivata quasi solo dalla cooperativa locale, finiva imbottigliata come vino anonimo da tavola.
Il punto di svolta non è arrivato da un disciplinare più severo, ma da una scelta individuale. Dalla metà degli anni Ottanta Elisabetta Foradori ha iniziato ad abbassare drasticamente i rendimenti sui propri vigneti, dimostrando che il Teroldego, tenuto a bada, produce vini seri e capaci di invecchiare. Quel profumo di frutti scuri e quelle sfumature balsamiche, il disciplinare da solo non li avrebbe mai fatti emergere. È un caso da manuale di come la qualità di un'uva autoctona spesso non dipenda dal vitigno in sé, ma da chi ha il coraggio di produrne meno.
Il dettaglio da sapere
Le analisi genetiche condotte a San Michele all'Adige hanno rivelato che il Teroldego è in relazione genitore-figlio con il Lagrein dell'Alto Adige, e che attraverso il Dureza è anche lontanamente parente della Syrah. Tre vitigni che sulla carta sembrano appartenere a mondi diversi condividono in realtà lo stesso albero genealogico.
Marzemino: tre vitigni, un'unica radice
Il Marzemino gode di una fama paradossale: è probabilmente il vitigno più citato in un'opera, perché compare nel libretto del Don Giovanni di Mozart, e insieme uno dei meno considerati sul mercato reale. Coltivato tra Lombardia e Friuli ma di casa soprattutto in Trentino, nella Vallagarina intorno a Isera, non ha una resistenza particolarmente buona alle malattie fungine. Per questo viene spesso lasciato produrre più di quanto dovrebbe, il compromesso più comune per un'uva che nessuno vuole coccolare troppo.
Quello che la citazione mozartiana non racconta è il dato genetico, ben più interessante della gloria operistica: il Marzemino non è un'uva isolata, ma il nodo che collega altri due vitigni di questa lista.
Il dettaglio da sapere
Le analisi genetiche condotte a San Michele all'Adige hanno stabilito una relazione genitore-figlio tra il Marzemino e sia il Teroldego che il Refosco dal Peduncolo Rosso. Tre vitigni raccontati di solito come storie separate, legati a regioni diverse, condividono in realtà lo stesso ceppo genetico nel nord Italia.
Sagrantino: dal passito all'estinzione mancata
Il Sagrantino è oggi sinonimo di potenza tannica, uno dei vini più muscolosi che l'Italia produca. Ma la sua storia recente è meno solida di quanto il prestigio attuale lasci credere. Fino agli anni Sessanta veniva usato quasi esclusivamente per vini passiti dolci, e la superficie coltivata a Montefalco si era ridotta al punto da rendere concreto il rischio di estinzione.
Il Sagrantino secco che oggi si trova sotto la DOCG Montefalco Sagrantino, con il suo obbligo di 33 mesi di affinamento minimo, non è quindi un'evoluzione naturale, ma una reinvenzione. È stata la cantina Arnaldo Caprai, negli anni Novanta, a scommettere su un'uva che fino a poco prima serviva soprattutto a fare vino dolce. Il risultato è un rosso capace di stare al fianco di Barolo e Brunello per struttura.
Schioppettino: illegale per un decennio
Lo Schioppettino è l'unico vitigno di questa lista che ha rischiato di scomparire non per abbandono spontaneo, ma per un cavillo burocratico. Citato già nel 1282, decimato nel secolo scorso da malattie e parassiti, lo Schioppettino negli anni Settanta non era nemmeno incluso nella lista delle varietà autorizzate del Friuli. La sua coltivazione era di fatto fuori legge.
A ribaltare la situazione furono alcuni produttori della zona di Prepotto, che continuarono a coltivarlo comunque, fino a ottenere nel 2008 il riconoscimento della sottozona Schioppettino di Prepotto all'interno della DOC Friuli Colli Orientali. Il risultato è un rosso fresco, fragrante, con una struttura tannica poco invadente, adatto a menù dove i rossi più muscolosi finirebbero per sovrastare il piatto. È la prova che un'uva quasi illegale può diventare, nel giro di due generazioni, una delle interpretazioni più eleganti del Friuli rosso.
Refosco: l'uva che aggiustava gli errori altrui
Il Refosco dal Peduncolo Rosso, diffuso in tutto il Triveneto, ha passato buona parte della sua storia recente in un ruolo che definire di secondo piano è generoso. Era l'uva che si aggiungeva ad altre denominazioni per correggerne i difetti, usata storicamente per dare freschezza a certi Amarone quando l'appassimento rischiava di sbilanciare il vino verso la pesantezza. Un compito tecnico più che identitario.
Bevuto in purezza, con i suoi tannini e la sua acidità elevati che richiedono affinamenti lunghi per arrotondarsi, il Refosco rivela invece una struttura e una profondità che il ruolo di correttivo non lasciava sospettare. Da non confondere, tra l'altro, con il Terrano, varietà diversa nonostante il nome quasi identico e la parentela linguistica.
Corvina: la comparsa che sostiene il protagonista
La Corvina è probabilmente il vitigno più bevuto e meno conosciuto per nome di questa lista. È lei la spina dorsale di Amarone, Bardolino, Ripasso e Recioto, riconoscibile per un caratteristico finale di ciliegia acidula, ma quasi sempre citata come comparsa mentre la denominazione fa da protagonista sull'etichetta.
Berla in purezza resta rarissimo, e non a caso. Per anni si è pensato che la Corvina fosse geneticamente identica al Corvinone, considerato solo un suo clone, salvo poi scoprire tramite il DNA che sono due varietà distinte. Quando qualcuno prova a isolarla, come ha fatto Allegrini con l'etichetta La Poja, il risultato dimostra che la comparsa aveva la stoffa per fare il protagonista da sola. Semplicemente, non le era mai stata data l'occasione.
Nerello Mascalese: un'identità nata da un incrocio
Il Nerello Mascalese cresce sulle pendici dell'Etna, tra il cratere del vulcano e il mare, ed è oggi trattato come l'espressione più identitaria del vino siciliano. Tannini eleganti, acidità vivace, una mineralità che riflette senza mediazioni il suolo vulcanico su cui cresce.
È un'identità paradossale, perché l'analisi del DNA ha mostrato che il Nerello Mascalese è in realtà un incrocio naturale tra Sangiovese e Mantonico Bianco, un'uva bianca oggi quasi dimenticata. Il vitigno che meglio racconta l'unicità del terroir etneo discende per metà da quello che è, con ampio margine, il vitigno più diffuso e meno esotico d'Italia.
Il filo che lega queste sette storie non è la biodiversità in astratto, ma la sua fragilità concreta. Bastano un rendimento troppo alto, un cavillo burocratico o una moda di mercato per far scomparire un'uva in una generazione. E bastano, altrettanto spesso, una sola cantina o una sola persona per riportarla indietro. Vale la pena bere questi vini anche solo per la ragione più semplice: sapere che qualcuno ha dovuto lottare perché arrivassero nel calice.
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