I vitigni autoctoni italiani più importanti: storie di vini indigeni

Di Redazione

Vigneti di Sangiovese in Toscana

Guida Tannico

I vitigni autoctoni italiani più importanti

Storie di vini indigeni, dal Veneto alla Campania

Fino a qualche anno fa un vino si chiedeva per denominazione: un Barolo, un Bordeaux, un Brunello di Montalcino. Oggi la prima domanda è spesso un'altra: con quale vitigno è fatto? Il cambiamento non è un capriccio del marketing, ma la somma di due fenomeni che si sono rinforzati a vicenda nell'ultimo ventennio.

Perché l'autoctono è tornato

Il primo fenomeno riguarda il gusto. Dopo la stagione dei rossi molto strutturati e segnati dal legno, tipica degli anni Novanta, il pendolo si è spostato verso vini pensati più in vigna che in cantina. Meno interventi enologici, più espressione diretta del territorio. I vitigni autoctoni, quasi sempre vinificati in purezza, sono diventati il modo più immediato per raccontare un luogo attraverso un calice.

Il secondo fenomeno riguarda il clima. Una varietà autoctona si è adattata per secoli al microclima della sua zona: resiste meglio alla siccità e alle temperature estreme rispetto a vitigni internazionali abituati a climi più temperati, come lo Chardonnay. In un decennio di annate sempre più calde, questa capacità di adattamento pesa anche sulle scelte agronomiche dei produttori, non solo su quelle di marketing.

Il dettaglio da sapere

C'è anche una componente di identità. In un mercato enogastronomico ormai globalizzato, dove capita di trovare olio da olive extra UE o pasta da grani australiani, il consumatore cerca sempre più prodotti che siano davvero rappresentativi di un luogo. I vitigni autoctoni, per definizione, non possono essere replicati altrove senza perdere quella specificità.

Corvina, Molinara, Rondinella

Non si può parlare di autoctoni italiani senza partire dal trio che dà vita ai rossi più importanti del Veneto. Amarone, Ripasso e Bardolino nascono quasi sempre da un assemblaggio di queste tre uve, raramente vinificate da sole.

La Corvina è coltivata nella zona da secoli e si presta molto bene all'appassimento, il processo che rende possibile l'Amarone. Dona ai vini colore rubino intenso, sentori fruttati e floreali, buona struttura e acidità. La Molinara, un tempo molto più diffusa, oggi è stata in parte sostituita da varietà più produttive: quando presente, aggiunge note speziate e freschezza. La Rondinella, il cui nome richiama la forma degli acini, è la compagna abituale della Corvina e contribuisce con aromi fruttati e floreali, ammorbidendo il vino nell'assemblaggio.

La chicca del Garda

Bardolino

Vitigni

Corvina, Molinara, Rondinella

Nel bicchiere

fragolaciliegiasapido

Zona

Sponda orientale del Lago di Garda.

Rosso leggero e vivace, pensato per essere bevuto giovane. Le note di fragola e ciliegia si accompagnano a una sapidità che lo rende naturale su una tavola all'aperto, in riva al lago o al mare, senza pretese di lunga meditazione nel calice.

Sangiovese

Il nome più probabile, Sanguis Jovis, sangue di Giove, racconta già la centralità di questo vitigno per due regioni, Toscana e Romagna. La prima menzione scritta risale al Cinquecento, quando l'agronomo Giovanvettorio Soderini lo chiama "Sangiogheto", ma alcuni studiosi ipotizzano un'origine ben più antica, forse etrusca.

In Toscana i vigneti si estendono su sei province, da Arezzo a Siena, e danno vita a vini eleganti e longevi, con profumi di frutti rossi maturi, spezie, tabacco e sottobosco. Il tannino è fitto ma equilibrato, il finale persistente. È anche il vitigno alla base di molti Super Tuscan, le etichette che negli anni Settanta hanno riscritto le regole del Chianti classico uscendo dal disciplinare.

Il dettaglio da sapere

In Romagna, dove il Sangiovese occupa numerosi comuni tra le province di Forlì-Cesena, Ravenna, Bologna e Rimini, il vitigno esprime vini di grande struttura, con frutto intenso e tannini più levigati. Le versioni Riserva e Superiore rappresentano il vertice qualitativo della denominazione.

Il nome locale del Sangiovese

Vino Nobile di Montepulciano

Vitigno

Sangiovese (Prugnolo Gentile)

Nel bicchiere

frutti di boscocuoiospeziato

Zona

Montepulciano, provincia di Siena.

Da non confondere con il Montepulciano d'Abruzzo, che è tutt'altro vitigno: qui restiamo in Toscana, e il Sangiovese si chiama localmente Prugnolo Gentile. Vini potenti e longevi, con profumi intensi di frutti di bosco, cuoio e spezie dolci.

Aglianico

Il re degli autoctoni del sud non ha, contrariamente a quanto si racconta spesso, un'origine greca documentata. La prima menzione certa risale al Quattrocento, quando un conte di Acquaviva d'Aragona ottenne proprietà su terreni vitati a "uve aglianiche".

L'Aglianico raggiunge la sua massima espressione sui terreni vulcanici del Vulture, in Basilicata, tra 200 e 700 metri di altitudine, dove clima arido, forti escursioni termiche e suoli ricchi di tufo concentrano aromi e acidità. In Irpinia, nella zona collinare di Avellino, tra 400 e 700 metri, i suoli argillosi e calcarei regalano invece struttura, longevità e una nota minerale distintiva.

Il dettaglio da sapere

Al naso l'Aglianico si distingue per colore rubino intenso e profumi di bacche rosse e prugna, con sfumature speziate e balsamiche. Al palato, buona acidità e tannini decisi ma vellutati sostengono una struttura importante e una persistenza notevole: sono vini che evolvono bene nel tempo, tanto da poter reggere affinamenti lunghi in bottiglia.

Il "Barolo del Sud", con le sue riserve

Taurasi

Vitigno

Aglianico

Nel bicchiere

violettafrutti di boscoacidità viva

Zona

Irpinia, provincia di Avellino.

L'accostamento al Barolo dice più sulla capacità di invecchiare del Taurasi che sul suo carattere reale, perché qui il vitigno è diverso e il territorio è diverso. Il risultato è un rosso profondo ed elegante, con un finale che si allunga a lungo, sostenuto da un'acidità che bilancia la struttura.

Friulano

Poche storie di vitigni sono complicate come questa. Per gran parte della sua storia il vitigno non si chiamava né Tocai né Friulano, ma Sauvignonasse, varietà originaria della zona della Gironda che oggi, curiosamente, sopravvive quasi solo in Cile. Come sia arrivato in Friuli resta materia di ipotesi: le teorie di un'origine ungherese non hanno riscontro genetico.

Ai primi del Novecento il vitigno prende il nome di Tocai, chiamato Tai in Veneto. La somiglianza con il Tokaji ungherese, vino dolce prodotto da uve completamente diverse, ha generato un contenzioso lungo decenni: nel 2008 la Corte di Giustizia Europea ha dato ragione all'Ungheria, imponendo il cambio di nome. Da allora si chiama Friulano, come la regione, e gli Sloveni del Collio lo chiamano Jakot, ovvero Tokaj scritto al contrario.

Il dettaglio da sapere

Il territorio d'elezione è il Collio, dove il vitigno si esprime al meglio, ma anche il Veneto produce interpretazioni interessanti. Profumi floreali intensi, frutta a polpa gialla che nelle versioni più mature evolve verso note di crema pasticcera: un bianco voluttuoso, che nelle versioni macerate, dette Orange, può affinare anche oltre dieci anni.

Il volto veneto del Friulano

Friulano

Vitigno

Friulano (ex Tocai)

Nel bicchiere

pescaagrumiammandorlato

Zona

Province di Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia.

I vigneti trovano la loro espressione migliore sui terreni collinari di origine vulcanica, ricchi di minerali. Profumi di pesca, albicocca e agrumi, arricchiti da note floreali di acacia e ginestra, con freschezza, sapidità e un finale leggermente ammandorlato.

Pecorino e Falanghina

Il Pecorino deve il nome, con buona probabilità, alla predilezione delle pecore per i suoi grappoli particolarmente dolci: in Abruzzo, dove il vitigno è oggi molto diffuso insieme alle Marche, non ne mancano di certo. L'areale di diffusione originario sono i Monti Sibillini, e l'origine esatta resta incerta, ma la sua natura di autoctono al cento per cento non è in discussione.

Sulle colline ben esposte e dai suoli argillo sabbiosi delle Marche e dell'Abruzzo, il Pecorino dà vini giallo paglierino con riflessi dorati. Al naso emergono frutta esotica come ananas e mango, insieme a note floreali di gelsomino e ginestra. In bocca colpisce l'equilibrio tra freschezza e sapidità, con un finale ammandorlato che ne allunga la persistenza.

Il bianco che porta il nome delle pecore

Pecorino

Vitigno

Pecorino

Nel bicchiere

ananasgelsominosapido

Zona

Colline di Marche e Abruzzo, provincia di Ascoli Piceno.

Nella denominazione Offida, sui pendii collinari ascolani, il Pecorino trova un clima mite e ventilato che ne accentua finezza aromatica e mineralità. Ne esce anche una buona capacità di invecchiare, qualità non sempre scontata per un bianco di questa tipologia.

La Falanghina ha radici ancora più antiche: il nome deriverebbe dal latino "falangae", i pali di sostegno usati nell'allevamento delle viti a pergola già in epoca romana. Non è però un vitigno unico, ma una famiglia di varietà imparentate tra loro. Le principali sono la Falanghina Flegrea, coltivata nei Campi Flegrei, e la Falanghina Beneventana, diffusa nel Sannio, con profili sensoriali distinti pur condividendo il nome.

L'anima vulcanica della Campania

Falanghina

Vitigno

Falanghina Flegrea / Beneventana

Nel bicchiere

agrumifiori bianchiminerale

Zona

Campi Flegrei, a nord ovest di Napoli.

La versione Flegrea cresce su suoli di tufo giallo e pozzolana, che regalano ai vini mineralità marcata e grande freschezza. Al naso, agrumi e fiori bianchi si accompagnano a una sottile nota sulfurea, retaggio diretto dell'origine vulcanica dei terreni. Il Sannio, invece, seduce con pesca, albicocca e ginestra.

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