Può un vignaiolo cambiare continuamente eppure essere sempre, inconfondibilmente, se stesso? Può eccome, soprattutto se si chiama Joško Gravner, e la sua storia lo dimostra fin dall’inizio.

Ci troviamo in quella parte di Collio a metà fra Italia e Slovenia (Brda, così la chiamano oltreconfine), un territorio dove vino e Storia sono sempre andati di pari passo. L’avventura di Gravner ha un prima e un dopo. All’inizio i suoi vini sono convenzionali: usa acciaio e barrique, anche andando contro le idee di suo padre, coltiva tanti vitigni internazionali, filtra e chiarifica. Le prime etichette di Joško hanno successo, piacciono a pubblico e critica, sono longeve ed eleganti, ed proprio è in questo periodo che nascono alcuni dei vini più leggendari come il Rosso Gravner, Merlot e Cabernet Sauvignon, il più classico dei tagli bordolesi, estremamente longevo e profondo; o ancora un Merlot in purezza, il Rujno, parola slovena che indica il vino rosso più buono che c’è in casa, quello da offrire agli ospiti.

I grandi bianchi

Ma il vero simbolo del territorio e delle sue tradizioni, da queste parti, sono i bianchi. Nel 1995 le anfore sono ancora lontane, riposano tranquille sul suolo georgiano, e le macerazioni sono sperimentazioni ancora da affinare: in questo momento quelli di Joško sono vini bianchi in tutto e per tutto, lontanissimi da quelli per cui è conosciuto oggi. A partire dalla Ribolla Gialla, l’uva principe del Collio, e dal Sauvignon, internazionale che fra queste colline ha trovato una seconda casa. Ed è proprio questo vitigno che fa scattare una prima scintilla nella mente di Joško, uno dei primi fattori che contribuiranno a segnare la sua storia enologica: durante un viaggio in California gli capita di assaggiare un Sauvignon di quelle zone fatto con aromi sintetici, senz’anima, e capisce che quel tipo di vino non fa per lui.


La prima svolta

Gravner decide quindi che qualcosa deve cambiare, che le sue etichette non devono più essere omologabili, ma devono raccontare la sua terra e allo stesso tempo rispettarla.

Inizia così un un periodo di evoluzioni e novità, dettate da eventi che cambiano la sua visione del vino: parliamo della grandinata del 1996, secondo passaggio chiave del nostro racconto. Il raccolto viene praticamente azzerato, niente vino per quell’anno, la natura ha deciso così e Joško non può far altro che assecondarla, ma allo stesso tempo decide che d’ora in poi sarà sempre lei a dettare le regole. Sempre nella seconda metà degli anni '90 iniziano le prime macerazioni lunghe, e la prima bottiglia prodotta attraverso questa tecnica è la Ribolla 1997.

L’anfora

Un altro viaggio incide in modo significativo sul suo modo di fare vino: tornando dalla Georgia decide di portarsi a casa come souvenir alcune anfore. È un ritorno al passato più remoto della storia della vinificazione, e il risultato di questi ultimi fattori rientra nella Ribolla 2001, la prima che fermenta in anfore di terracotta georgiane: eccolo, lo spartiacque definitivo. Un vino che è un ritorno alle origini, un’innovazione che trova nell’antichità la sua anima più profonda, un punto di non ritorno. E così, dal 2001, ogni sua creazione passa per l’anfora, come il Bianco Breg, blend di Sauvignon, Pinot Grigio, Chardonnay e Riesling Italico, oppure come il Rosso Breg, fatto al 100% con l’autoctonicissimo Pignolo, vitigno poco conosciuto ma in grado di raccontare i dettagli più nascosti del suo territorio.


Solo vitigni autoctoni

C’è ancora un passaggio chiave, forse uno dei più drastici della sua storia: nel 2012 Joško decide di espiantare i vigneti coltivati con uve internazionali. Quindi addio Breg Bianco, è stato bello. Per Gravner l’autoctono è l’unica strada percorribile in quella parte di mondo: tutti i suoi sforzi si concentrano quindi sulla Ribolla Gialla, l’unica che al vignaiolo riesce a dare emozioni, perché è la sola in grado di raccontare il suo territorio in modo intimo e profondo. È, per ora, l’ultima rivoluzione di un uomo coraggioso, che ha preso in mano la sua vita e l’ha ribaltata completamente, in nome della natura, dei suoi frutti e della sua terra.

Cambiare a volte è il modo migliore per rimanere se stessi. È proprio quello che ci insegna la storia di Gravner, ed è il motivo per cui le sue bottiglie non saranno mai semplici vini, ma qualcosa di più profondo e inimitabile.