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La Franciacorta che cambia: passato, presente e futuro

La Franciacorta che cambia: passato, presente e futuro

Dalle Francae Curtes alla Docg: una storia lunga secoli

Su quel ramo del lago di Como che volge… No, un momento, questo è un altro lago. E un’altra storia.

Siamo una cinquantina di chilometri più a est, il lago è quello di Iseo e i monti non sono quelli che salutano Lucia, ma il solitario Monte Orfano.

Difficile decidere quando la storia del vino Franciacorta abbia avuto inizio. Qualcuno inizia a raccontarla dalle Francae Curtes dell’XI secolo, le corti libere dalle tasse, qualcuno invece inizia dal “Libellus de vino mordaci” del medico bresciano Girolamo Conforti dato alle stampe nel 1570.

Noi potremmo partire dal lavoro dell’enologo Franco Ziliani che, all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, produce la prima annata di “Pinot di Franciacorta”. Da questo momento in poi cominciamo ad assistere al vero passaggio dalla produzione di vini spumanti tradizionale a quella codificata dei moderni Franciacorta.

Quando nel 1967 viene riconosciuta la Denominazione di Origine Controllata Franciacorta è una delle prime in Italia e al suo interno è contemplata anche la categoria spumante. È proprio a questa che viene riconosciuta la Denominazione di Origine Controllata e Garantita nel 1995, diventando la prima per un vino italiano prodotto con il metodo della rifermentazione in bottiglia.

Il successo della Franciacorta

Da quel momento la parabola della fortuna della regione inizia la sua curva ascendente. Dai 50 ettari vitati degli anni ‘60 quando arriva la Doc, nel giro di appena un ventennio, si arriva a circa 600, fino ai circa 3000 di oggi. Il merito va anche a grandi cantine che pionieristicamente hanno trainato il successo della denominazione, come ad esempio Ca’ del Bosco e Bellavista.

Un’espansione così rapida ha sicuramente comportato, negli decenni passati, scelte che hanno favorito la quantità rispetto alla quantità. Si tratta comunque di un capitolo passato su cui si è risolutamente voltato pagina. È ormai unanimemente riconosciuto che la Franciacorta ha un’identità unica e propria, e che da nessun punto di vista cerca di replicare modelli di altre regioni spumantistiche del mondo.

Consorzio

Il Consorzio Franciacorta e
la difesa della qualità

Al giorno d’oggi fare Metodo Classico significa fare uno dei vini più tecnici in assoluto. Il disciplinare della Franciacorta è uno dei più severi d’Europa, soprattutto per quantità di bottiglie producibili per ettaro e per l’invecchiamento minimo in bottiglia, come ci ha spiegato Silvano Brescianini, presidente del Consorzio Franciacorta e Ceo di Barone Pizzini.

“La Franciacorta è una regione che continua a evolvere, alzando l’asticella delle regole, per dare al consumatore un livello qualitativo elevatissimo e maggiori garanzie sull’integrità dei prodotti franciacortini” - Silvano Brescianini.

Guardando al futuro - ci ha raccontato Brescianini - l’integrazione dell’esperienza, degli studi fatti in collaborazione con varie università, delle nuove conoscenze e tecnologie con le sfide del cambiamento climatico porteranno a introdurre innovazioni con l’obiettivo di raggiungere sempre più alti livelli qualitativi.

Consorzio


I protagonisti della Franciacorta guardano al futuro

1701: la biodinamica per
un Franciacorta moderno


1701 è una cantina giovane, fondata nel 2011, ma che fin dal giorno 1 ha preso la strada della viticoltura biologica e biodinamica, ottenendo la certificazione della prima nel 2015 e della seconda l’anno seguente con Demeter.

“Con la biodinamica hai meno punti su cui puoi agire rispetto all’agricoltura tradizionale, e questo significa che i punti su cui intervieni sono ancora più importanti. Questo ti porta ad avere una profonda connessione con il tuo vigneto.”

Per loro la biodinamica è non solo una filosofia, ma anche una risposta al cambiamento climatico, partendo innanzitutto dalla promozione dall’aumento della sostanza organica nel terreno.

1701

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Vigneti Cenci: il metodo SoloUva

Questa cantina è una novità del catalogo di Tannico. Ha colpito il nostro interesse per il suo modo di sottolineare l’unicità dell’identità del vino del territorio, con una tecnica di cui la Franciacorta è uno dei pionieri: il metodo SoloUva. Con questo metodo invece di effettuare il dosaggio con il saccarosio, come si fa normalmente nei rifermentati in bottiglia, si utilizza il mosto delle stesse uve, naturalmente dolce.

“Il Metodo SoloUva ci ha permesso esprimere più precisamente il nostro territorio, quello del Monte Orfano dove siamo.”

Il risultato è un Franciacorta fruttato, morbido e di estrema piacevolezza. La cantina ha infatti anche ricevuto apprezzamenti dal critico James Suckling.

Cenci



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Cenci

Camossi: l’affinamento
è l’arte della pazienza


Un’altra cantina che dal 2014 passa al metodo SoloUva è Camossi. Evitando l’aggiunta di zuccheri esogeni sia in fase di tiraggio che di dosaggio, la gamma presenta una bella selezione di Extra-Brut e Dosaggio Zero, che non mancano di una certa morbidezza che proviene dal frutto.

Pionieri anche nell’arte dell’élevage, grandissima importanza viene data ai lunghi, lunghissimi, affinamenti sui lieviti per tutte le riserve con il progetto CR. Parliamo di 142 mesi sur lies e oltre.

Camossi

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Barone Pizzini: dal bio all’Erbamat

Barone Pizzini è una realtà protagonista del territorio. Grandi sostenitori del biologico, sono i primi a portarlo in Franciacorta sul finire degli anni ‘90. Da più di 20 anni Barone Pizzini può contare anche su tecniche provenienti dalla biodinamica, che gli derivano dall’expertise dall’azienda gemella - Pievalta, nei Castelli di Jesi - biodinamica fin dagli inizi.

Interessante e controcorrente è anche la scelta di lavorare l’autoctono e difficile Erbamat, che entra nell’assemblaggio della cuvée più rappresentativa della casa, l’Animante.



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Castel Faglia:
puntare alla leggerezza


La famiglia Cavicchioli, seppur di origini modenesi, è una di quelle che hanno partecipato di più alla formazione dello spirito della denominazione. Arrivata in Franciacorta negli anni cui tutto stava succedendo, poco prima della costituzione del Consorzio e della Docg, ha attivamente fatto parte del cambiamento.
Le sue etichette, in particolare quelle dalla linea Monogram, sono ambasciatrici di uno stile che punta alla freschezza e leggerezza, esaltando gli aromi primari del frutto. Maestri dello Chardonnay, consigliamo di provare il Blanc de Blancs e il Satèn.

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Ferghettina:
un mosaico di parcelle

La famiglia Gatti, agricoltori da generazioni, ha iniziato l’avventura di produrre vini propri con la vendemmia del 1991. Erano, all’epoca, un Terre di Franciacorta Rosso e un Bianco. Poco alla volta, negli anni, a Roberto Gatti sono stati offerti altri terreni in gestione e oggi sono una delle realtà più estese per ettari vitati, per un totale di ben 200 ha.

“Abbiamo la fortuna di avere vigneti in ogni unità di pedopaesaggio. Ogni appezzamento ha identità totalmente diverse, che costituisce una ricchezza fondamentale.”

Proprio perché la famiglia crede molto nell’identità territoriale di ogni parcella si è sempre accettata la gestione di nuove terre e si continua ad accettare. In fase di assemblaggio questo dà la possibilità di scegliere la sfumatura esatta che si vuole dare a ogni vino.

chablis



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piuze


Le sfide e gli orizzonti futuri

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di nuove sfide. Dall’aleatorietà del clima, all’interesse di un pubblico di appassionati sempre più informati e consapevoli, fino allo spostamento del gusto verso dosaggi sempre più bassi.
Ognuno di questi cambiamenti è stato fronteggiato con tecniche diverse. Abbiamo l’esaltazione del frutto, come nel Metodo SoloUva, da una parte, e la messa in primo piano di uve antiche come l’Erbamat, ma anche il livello di perfezione raggiunto nella lavorazione dello Chardonnay come nel Satèn, dall’altra. Assistiamo al successo del biologico, ormai diffusissimo in questa regione (a oggi quasi il 60% dei vigneti è coltivato in bio) da molti visto anche come una risposta al cambiamento climatico. Vediamo cantine che fanno della leggerezza, bevibilità e freschezza una filosofia di fare vino. Altre si fanno promotrici di un lavoro di zonazione e censimento territoriale.

Se gli anni ’90 hanno costituito un punto di svolta, oggi siamo testimoni di un’evoluzione in corso che sembra diretta verso orizzonti emozionanti. E noi non vediamo l’ora di toccare con mano, naso e palato i risultati.

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