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Elisabetta Foradori è sinonimo da ormai molti anni non solo di alcuni dei più significativi vini trentini e più in generale italiani ma anche di naturalità e di attenzione nei confronti del territorio. È infatti impossibile guardare al suo ormai decennale percorso senza considerare come centrale l’abbraccio alla viticoltura biodinamica iniziato nel 2002.“La conoscenza dei ritmi e dei cicli della natura si è perfezionata nel tempo con l'osservazione: ogni stagione ci porta cose nuove, ogni giorno ci insegna e ci fa capire. Abbiamo imparato a metterci in ascolto per cogliere le sottili differenze esistenti in natura, abbiamo imparato a preservare la sincerità del carattere dell’uva nell’espressione del suo luogo d’origine. La nostra gestualità agricola si eleva così a creatività: abbiamo il compito e il privilegio di alzarci ogni mattino e di essere liberi di lavorare assecondando il messaggio che la terra ci vuole dare in quel momento.” È il 1984 quando Elisabetta, terminati gli studi presso la scuola enologica di San Michele all’Adige, affronta la prima di molte vendemmie. Un lavoro che da subito ha un obiettivo chiaro: la valorizzazione della più diffusa varietà del Campo Rotaliano, il teroldego. Un vitigno che nel corso dei secoli ha caratterizzato questa ampia pianura alluvionale -un triangolo di quattrocento ettari circondato da possenti pareti rocciose- scandendone i ritmi e divenendo elemento centrale nella definizione del suo paesaggio, della sua economia, più in generale della sua società. Un vitigno che soprattutto durante gli anni 80 ha conosciuto un periodo produttivo volto più alla quantità che alla qualità, in cui era sempre più difficile riconoscerne il carattere e la profonda aderenza territoriale. Da lì la necessità di quella ricerca che ha visto come tappe fondamentali la nascita del Granato, nel 1986, e del Morei e dello Sgarzon, dal nome degli omonimi appezzamenti, nel 1987. Vini che da subito dimostrano tutte le potenzialità del teroldego e che elevano quella di Elisabetta Foradori come una delle più interessanti realtà del Trentino. Rossi di straordinario fascino e longevità che ancora oggi, a distanza di quasi trent’anni, dimostrano una tenuta che non ha eguali.È però a partire dalla fine degli anni 90 che le cose, soprattutto in campagna, iniziano a cambiare con la decisione di assecondare sempre più la natura in un percorso che oggi sembra aver trovato una particolare quadratura e che porta Elisabetta a produrre quasi 160.000 bottiglie di vino di straordinaria vitalità, ognuna specchio fedele di un territorio unico, anno dopo anno. Il teroldego è protagonista assoluto con ben 4 etichette: c’è la versione più semplice e immediata, il Foradori, vino di irresistibile fragranza e allungo; il Granato, il più ambizioso e longevo; il Morei e lo Sgarzon, i 2 storici cru vinificati in grandi anfore spagnole. Più scuro e deciso il primo, più fresco e dinamico il secondo. Infine i vini bianchi prodotti a partire dalle uve coltivate a Fontanasanta, la Nosiola e il Manzoni Bianco, bianchi che come i rossi raccontano tutta la delicatezza e la distinta eleganza di una delle grandi donne del vino italiano.