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È passato poco più di un anno dalla scomparsa di uno dei più grandi protagonisti di questo secolo, quel Serge Hochar capace di portare alla ribalta mondiale il Libano, nazione culla del vino contemporaneo. Se infatti la coltura della vite è presente nella Bekaa Valley da oltre 6000 anni - da ben prima che questa arrivasse in Europa attraverso la Grecia prima e la Sicilia poi - il suo grande merito è stato quello di coniugare ancestralità e visione in un connubio di straordinario fascino. Suo padre, Gaston Hochar, fondò l’omonimo Chateau nel 1930 ispirato dalla storia del suo Paese e dal profondo amore che nutriva nei confronti di Bordeaux, area allora già particolarmente sviluppata e capace di esprimere vini che a quel tempo avevano pochi eguali. Varietà come il cabernet sauvignon ma anche come il carignan e cinsault dimostrarono da subito la grande vocazione di un territorio fino ad allora sconosciuto. È però con l’arrivo di Serge che Chateau Musar fece quel salto qualitativo che lo portò nel gotha del vino. Nato nel 1939 iniziò a lavorare con il padre e con il fratello ancora prima di compiere 20 anni. La scelta di studiare ingegneria si rivelò presto sbagliata, l’attrazione nei confronti del vino era talmente forte da portarlo, anni dopo, a partire per la Francia e a studiare enologia alla corte di Emile Peynaud e Pascale Ribéreau-Gayon, veri e propri luminari dell’epoca. Quello che è certo è che a partire dagli anni 60, da quando cioè prese progressivamente il controllo della cantina, iniziò un percorso di rara virtù, fatto di vendemmie e soprattutto di vini ancora oggi magnifici. Precursore del biologico e di quelli che oggi chiamiamo vini naturali, Serge capì alla svelta che date le particolari condizioni climatiche della Bekaa Valley non era necessario intervenire chimicamente in vigna e che le piante, viti addirittura centenarie, erano in grado di regalare grande uva anche senza alcun trattamento. Non è un caso: si tratta di una zona molto ventosa che sfiora i 900 metri sul livello del mare, caratterizzata da forti escursioni termiche ma al tempo stesso riparata dalle vicine montagne. La grandezza di Serge ha però a che fare anche con la sua tenacia, una qualità che lo portò a proseguire la produzione anche durante la lunghissima guerra civile libanese, oltre 10 anni durante i quali riuscì a resistere, esportando solo una piccolissima parte dei suoi vini. Non è un caso che Decanter, la famosa rivista inglese, lo nominò primo di tanti altri “Man of the year”, era il 1984 e la vicina Beirut conosceva uno dei suoi periodi più difficili. Vini rossi e in piccola parte bianchi di straordinaria profondità, che vengono messi in commercio solo dopo un periodo particolarmente lungo di riposo in cantina, prima in grandi botti di rovere e poi in bottiglia. Oggi sono i suoi 2 figli a portare avanti lo Chateau fondato dal nonno, continuando così la strada tracciata dal padre e facendo conoscere in tutto il mondo la straordinaria classe di questi vini così lontani. “Quando è iniziata ho continuato a produrre vino, la guerra non può uccidere i lieviti”, Serge Hochar (1939-2014)..

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